“Caro Pietro,
nei tuoi quadri io ritrovo quell’atmosfera sospesa e tesa che c’è in certi paesi del mediterraneo e dell’America del Sud, che tu anche conosci, ma c’è anche qualcosa di più magico, di più sognato, più sottile.
È una strana sensazione: questi tuoi “paesaggi” hanno qualcosa di morbido e di carnoso e a me par persino che pulsino come un corpo che respira: i profili restano per un attimo sospesi e poi lentamente rientrano nella loro forma.
Forse è da questo che nasce quel movimento ondeggiante, come se sotto la pelle scorresse una linfa calda come il sangue e blu come il ghiaccio.
Non tanto la forma, ma la carica evocativa mi par che sia la cosa più singolare del tuo lavoro. Questa me lo rende valido.
Non c’è rappresentazione anche quando s’intravede qualcosa di conosciuto che serve a rendere più ambigua e immaginaria quella visione: non rafforza l’idea del “ paesaggio”, anzi quasi la cancella e accresce una vaga sensazione di sbigottimento, come quando, certe notti, si guarda all’universo e tutto quel che ci sta intorno non ci aiuta a spiegarlo, ma s’annulla e sparisce.
Ecco perché mi piacciono i tuoi quadri! Ciao.”
Gianni Dova, 26 Febbraio 1986
“Pietro Spica per fortuna non ha pazienza; è pieno d’ansia, frenetico. Uno pensa di conoscere i suoi quadri e poi i suoi quadri sono diversi. Uno si affeziona alle incrinature di un acquarello azzurro sotto cui ondeggiavano assorti mammiferi acquatici e già è come se non ci fossero mai state. Adesso Pietro Spica dipinge grandi tele, per studiare da un punto di vista più ampio l’instabilità del mondo. Resta in attesa davanti a un paesaggio ottuso e da un momento all’altro se lo vede travolgere sotto gli occhi, spazzare via da un vento che non solo piega gli alberi, ma fa slittare i piani delle colline e addossa le loro curve, solleva nuvole di terriccio, di muschio, di acqua, di gas infiammato. Pietro Spica non riesce a restare a distanza: si avvicina molto più di come sarebbe prudente, finché viene risucchiato dai vortici, schiacciato dai vuoti e travolto dalle onde; portato in alto e in lungo sempre più veloce. Si lascia trascinare via dai suoi paesaggi; e anche i paesaggi non ci sono più.”
Andrea De Carlo, 1986
È molto difficile
parlare delle attività
di Pietro Spica perché
Pietro non si informa
sul cosa fare e sul come fare
per fare qualcosa.
Pietro si lascia andare
verso qualcosa che lui non sa
e che lo spinge a creare immagini
e man mano che la mano gli prende la mano
le immagini si rivelano in modo incerto
niente di definito e di finito
è finita l’epoca del finito.
L’inespresso è voluto espressamente
per stimolare un qualcosa
che non si sa che cos’è ma che c’è.
Le forme prendono forma man mano
gli prende la mano per fare.
Si esce così dal regno del banale
dove tutto è uguale e ben definito
secondo il buon senso
di un percorso a senso unico.
Da quando lo conosco
Pietro viaggia sull’autostrada
di un territorio che non è terra terra
ma si allarga sempre più verso l’ignoto.
Ciao Pietro, buon viaggio
man mano che la mano prende piede.
Bruno Munari, 1996
Pietro Spica non ha tempo da perdere ad architettare l’arte: detesta procrastinare, è impaziente, frenetico e si lascia guidare solo dalla sua voglia di fare. È un divoratore di libri e di tele, di pesche con yogurt e miele, un avventuriero onirico che si sveglia al mattino con trilioni di cose nuove da raccontare.
La sua arte non ha concetto, prospetto, assetto né parapetto, scende dal pennello con un balzo come dal letto e corre a far colazione con marmellata d’immaginazione. Come Pietro è mancina e fieramente asimmetrica, caleidoscopica, sinestetica, chiede permesso dopo essere entrata, non tiene banco né cattedra, non si sa fermare, solo affrettare. In una parola è libera, non ha sensi vietati, se vuoi la puoi girare e rigirare, non se la prende, non le fa male, anzi, le piace viaggiare, scherzare, respirare.
Sarà perché fin da piccolo, prima di dormire, Pietro si lascia trasportare da misteriose allucinazioni: vede le sue dita diventare animali, la luce sformare e trasformare le ombre, le gocce sui vetri e i nodi del legno in volti, nuvole, foreste astrali.
A sette anni scopre, davanti allo specchio, di avere uno strano superpotere: saper rovesciare le parole. Orteip Acips as eralrap ‘lla orteidni. Apprende così senza sforzo una lingua fantastica: il parlare al contrario. Il mondo reale, spettrale, fiume di maestri severi, impiegati tristi, bambini dispettosi e cibi insapori lascia affiorare un timido guado.
Nell’atelier dello zio pittore, insegue il profumo dell’olio di lino, dell’acqua ragia e della trementina: prima col pennarello, poi con la china, comincia a tracciare fondali marini. Prova infine l’acquarello e l’acrilico, che non abbandona.
Gli anni del liceo, turbinosi, rubano il tempo alla pittura: Pietro scopre gli amici, i libri, i cortei, i cineforum, la gioia del non restare in disparte.
Vent’anni, autostop forsennato: le sagome e i colori che affiorano ancora dalle sue tele li afferra tutti passando, con lo zaino in spalla. Prima Amsterdam e Parigi, poi coast to coast dalla fumosa New York a San Francisco, luminosa. Nel ‘74, da Istanbul partono in quattro, attraverso Iran, Afghanistan e India fino al Nepal, tra gigantesche lune piene, gente vestita in modo stravagante, città sacre, risaie infinite, miriadi di uccelli rumorosi, mercati odorosi pieni di spezie, palazzi pieni di re e piazze di lebbrosi. Poi Barcellona, sulle ramblas con gli anarchici. Nel ‘77 percorre dal Messico al Sud America, armato solo di matita e delle pagine di Marquez, Scorza e Amado; lì, rincontra i colori dello zio Dova, ma attraverso occhi precolombiani: le foglie diventano ali, i becchi rami, i frutti mani, vulcani, indiani.
Questo mondo errante trova sosta nel 1980 a Porta Ticinese, dove è grazie agli amici che, nel cortile di casa, prende vita una delle primissime mostre personali. I viaggi successivi gli lasciano i verdi del Brasile e il rosa sabbioso dell’isola di Minorca. Negli anni ‘90 nascono due capolavori di diversa natura, Arturo e Penelope, e crescono tra le foglie rosse d’acero del Massachusetts.
Il ritorno a Milano, nel 2006, è un tuffo nel panorama multietnico della città. Negli ultimi anni, è all’ombra degli uliveti e delle mimose liguri che Pietro lavora, racconta, inventa e rinventa ancora il prisma della sua fantasia. Fantasia ribelle, vivida e dolce, come un vento che scompiglia i pensieri e le stelle.
Alice Assandri, 2018
Pietro Spica doesn’t have time to waste on planning his art: he hates to procrastinate, he’s impatient, and his only guide is his desire to do things. He devours books and canvases, and peaches with yogurt and honey; he is an adventurer who wakes up in the morning with a trillion new things to say.
His art knows no concepts or prospects, orders or borders; it slides off his brush as if it were jumping out of bed to breakfast on the marmalade of his imagination. It’s left-handed art, proudly asymmetric, kaleidoscopic, synesthetic; it knocks after entering, it doesn’t teach or preach, it doesn’t know how to stop, only how to hurry, but it is free, with no one-way streets, and you can turn it and spin it around as much as you like, it doesn’t mind, it doesn’t suffer; in fact, it likes to travel, play, breathe.
Maybe because ever since he was a child, Pietro has let himself be transported by mysterious hallucinations: he watches his fingers turn into animals, and the light deform and transform the shadows, and raindrops on windows and knots in wood become faces, and clouds, and forests of stars.
At the age of seven he is in front of a mirror when he discovers that he is endowed with a strange superpower: the ability to reverse words. Orteip Acips swonk woh ot klat sdrawkcab. Effortlessly, he becomes fluent in the fantastic language of backwards speaking. The real world, haunting him with its river of strict teachers and sad office workers and spiteful children and tasteless food, timidly offers him a way across.
In his uncle’s art studio, he sniffs out the odors of linseed oil and paint thinner and turpentine: first with a brush and then with India ink he begins drawing sea beds. He later experiments with watercolor and acrylic paints, never to abandon them.
In the whirl of his high school years, Pietro is robbed of the time to paint: he discovers friends, books, demonstrations, film clubs, the joy of not remaining on the sidelines.
At twenty, there is the frenetic hitchhiking: the shapes and colors that find their way to his canvases are snatched as he passes by with his backpack slung over his shoulder. First Amsterdam, then Paris, then coast to coast, from smoky New York to the light of San Francisco. In ’74, in a group of four he leaves Istanbul, crossing Iran, Afghanistan and India, to Nepal, among gigantic full moons, people dressed in extravagant clothes, holy cities, endless rice fields, swarms of cackling birds, odorous markets brimming with spices, palaces inhabited by kings and squares by lepers. Then on to Barcelona, with the anarchists in the Ramblas. In ’77 he travels from Mexico to South America, armed only with a pencil and the pages of Marquez, Scorza and Amado; there he re-encounters the colors of his uncle Dova, seen through pre-Columbian eyes: leaves become wings, branches beaks, fruit hands, volcanoes, Indians.
The roving takes a rest in 1980, in Porta Ticinese where, thanks to his friends, one of his very first personal shows is brought to life. Later travels leave him with the greens of Brazil and the rosy pinks of the island of Menorca. In the ‘90s two masterpieces of a different nature are born: Arturo and Penelope, who grow up among the red maple leaves of Massachusetts.
On his return to Milan in 2006 he plunges into the multiethnic panorama of the city. In recent years, Pietro works in the shade of olive and mimosa trees, sharing, inventing and reinventing the prism of his imagination. A rebellious imagination, vivid and sweet, like a wind rustling thoughts and stars.
Alice Assandri, 2018
Traduzione di Angela Scipioni